Le isole di Norman. Dialogo con Veronica Galletta

Le isole di Norman. Dialogo con Veronica Galletta


A CURA DI GIOVANNA DI MARCO ED ERIKA NANNINI

IMMAGINI  DELL’ARTISTA SALVATORE ACCOLLA DA OPERE CONTENUTE NELLA COLLEZIONE DIONE

Le Isole di Norman, uscito per la collana Incursioni di Italo Svevo (2020), è l’esordio letterario di Veronica Galletta, una scrittrice che aveva dato prova del proprio talento già prima di questo romanzo, grazie ai risultati ottenuti in importanti premi letterari, alle molte collaborazioni con riviste, corsi di scrittura curati presso la Scuola Carver di Livorno, fino alle presentazioni di altri autori nelle rassegne letterarie. Tutto questo lavoro ha fatto sì che il mondo degli addetti ai lavori fosse pronto a ricevere questo esordio, da molti atteso, e abbia salutato con gioia il riconoscimento ricevuto dal libro, premiato Opera Prima al Premio Campiello. Il romanzo è ambientato a Siracusa, città di origine dell’autrice, e rivisitata attraverso il personaggio di Elena che crea una relazione d’eccezione con i luoghi a lei circostanti. La geografia del dolore di Elena sarà anche il bisogno di disperderlo negli angoli della sua città. Abbiamo fatto sì che le immagini delle opere dell’artista Salvatore Accolla, scomparso di recente, accompagnassero il testo: proprio a Ortigia egli lavorò per tutta la vita. La nostra conversazione è inframezzata quindi da un  ulteriore dialogo, quello con  le immagini, tra passato e presente, memorie che si incastrano e si liberano da uno stesso luogo.

 

E. N.: Ripensando ora al tuo percorso che non può essere che definito già ricco e intenso all’esordio, quanto ha inciso nella tua formazione di autrice fare esperienza in tutti i ruoli in cui ti sei cimentata? Cambieresti qualcosa? Ritieni che sia una strada che consiglieresti agli aspiranti scrittori?

Ho scritto Le isole di Norman fra metà del 2013 e gli inizi del 2014, quando le mie esperienze con la scrittura erano davvero limitate. C’erano stati solo un paio di racconti, pubblicati per Colla una rivista letteraria in crisi, e gli scambi con Francesco Sparacino, l’editor della rivista, erano stati rapidi, gentili, puntuali, e mi avevano dato una un po’ di fiducia. Poi, sempre grazie a Colla, ho partecipato a una giornata di lavoro a Pordenonelegge nel settembre 2013, in una mattina (organizzata da Marco Peano e Giorgio Vasta) in cui ci fu una lettura pubblica di una piccola parte di testo, discussa poi da editor di varie case editrici. Ecco, anche là, sentite le critiche, presi gli appunti, ragionato su di cosa parlavano, ho pensato forza Veronica, proviamo. E infatti tornata a casa terminai di scrivere, in qualche mese, Le isole di Norman.

Tutto il resto che ho fatto negli anni, il corso alla Scuola Carver, le presentazioni, i racconti in altre riviste, l’ho fatto sempre per lavorare attorno alla scrittura, per avere stimoli. Preparare una lezione per un corso, smontare un libro per presentarlo, tentare un racconto per una rivista servono a questo: a rimanere dentro la scrittura, nonostante il quotidiano a volte te la renda inaccessibile. Anche nelle lezioni che ho fatto per la Scuola Carver, ho messo comunque sempre in scena me stessa, partendo da un mio dubbio, un ragionamento che avevo in corso, un’idea che mi era venuta leggendo in giro, che proponeva alla classe, per ragionarne insieme.

Per il resto (se cambierei qualcosa), tendo a essere impermeabile alle riflessioni ex post. A posteriori, lo si sa, siamo tutti molto più intelligenti, e saggi anche. Lo stesso vale per i consigli, mi sento ancora poco Gesù nel tempio, come direbbe il poeta. Solo, credo nella rete di rapporti. Scrivere è un lavoro solitario, faticoso, lungo, e avere degli amici con cui parlare e confrontarsi è importante. Ho cercato una rete di rapporti fidati fin da subito, a volte sbagliando (ma vale l’ex post di cui sopra), spesso però con molta fortuna. Persone con cui parlo, scambio pareri su idee, su letture da farsi, su direzioni da prendere. Anche se in realtà mi piace lavorare da sola, senza interferenze. Una volta finito, trovarsi dei buoni lettori, questo è un consiglio (così mi contraddico, che fa sempre bene) che mi sento di dare. Bastano pochi ma fidatissimi, nel senso capaci di dirti le cose che più temi (noioso, retorico sono nel mio caso le due parole temutissime). Mio marito, uno dei miei agenti, e pochi altri. Con pochi lettori fidati puoi passare da una prima stesura anche storta a un secondo giro migliore. Anche se, per dire, ho scritto testi che non ho mai fatto leggere a nessuno, uno in particolare, e credo abbia un senso lo stesso, finì pure in una finale di un premio.

G. D. M.: “Un filo per tenere sua madre salda alla casa, questo per lei sono le mappe”. La necessità di creare le mappe da parte di Elena, la protagonista del tuo romanzo, viene in qualche modo sconfitta e liberata da un altro bisogno: lasciare andare. Il romanzo, che è da considerarsi un romanzo di formazione, quanto ti è costato nei termini di sofferenza e consapevolezza?

È una cosa strana, multistrato direi, e non credo infatti che ci sia una sola risposta, ma molte.

La prima risposta è nessuna. Nessuna sofferenza, nessuna consapevolezza, ho scritto il libro al buio, muovendomi sul solco stretto della struttura che mi ero data, una volta che finalmente mi era venuta in mente con chiarezza. Pensavo alle scene, agli oggetti in scena, ai colori, alle stagioni, e basta. Credo che per me sia importante questo aspetto: avere una sorta di scalettatura del dove sto andando (tendo a essere a essere disordinata, divagante, ellittica, confusionaria) mi permette di andarci al buio, e quindi di liberare cose che non conosco neanche io.

La seconda risposta invece è che mi è costato molto coraggio. Quando ho riletto il testo per l’editing erano passati cinque anni dall’ultima volta che l’avevo guardato, e c’ho trovato dentro una sfrontatezza dei sentimenti che non ricordavo. C’ho trovato anche, e questo mi ha colpito molto, la persona che ero fra il 2013 e il 2014, una persona che aveva bisogno di accettare una sconfitta personale molto grande, e lasciare andare, e non riuscendo a farlo, credo, c’ho scritto un romanzo, ambientato in un altro tempo in un altro luogo e con altri personaggi.

La terza risposta è che mi è parso me ne fosse costata anche troppa, almeno così ho pensato alla fine dell’editing, alla sesta rilettura dopo la quale sei dentro un frullatore oramai, era questo che mi dicevo infatti: ma chi avrà voglia di leggere una storia così triste? Poi, per fortuna, qualcuno ne ha avuto voglia.

 G. D. M.: La tua Siracusa delle isole, del mito, di Santa Lucia, della Santa Lucia del Caravaggio è da te presentata come un corpo vivo; lo sono anche i tuoi personaggi, non solo quelli protagonisti, ma anche le ‘comparse’ che fanno la loro apparizione per le strade della tua bellissima città. La sua geografia, attraverso il tuo libro, è come interiorizzata. Come vivi la distanza da Siracusa e in che modo la ritrovi a Livorno, il luogo in cui attualmente vivi?

La distanza da Siracusa la vivo nella maniera più tranciante possibile, cioè non pensandoci mai, perché se ci penso devo andare, subito, senza indugio. O almeno, così l’ho vissuta fino a quando non è uscito il libro, e a giugno e luglio dello scorso anno mi sono ritrovata a parlarne diffusamente, senza mai poterci andare. È una cosa che riguarda me e Ortigia, non me ne voglia la mia famiglia per questo, è una cosa fra me e l’isola, e basta. Quest’estate sono stata pochi giorni, ma mi sono alzata ogni mattina a orari impossibili, uscendo e girando nella città vuota, aspettando il primo bar aperto per fare colazione, beandomi della solitudine, studiandomi movimenti diversi ogni giorno, in un’eterna scoperta. In questo senso posso dire che Le isole di Norman è un libro autobiografico, ho un rapporto proprio fisico con i luoghi. Con la pietra e la luce, più di tutto. È un tipo di rapporto che inevitabilmente ho trasportato a Livorno, dove esco per andare a guardare un posto, un edificio, a seconda della luce, dell’orario, del tempo, della giornata. Poi, a livello più profondo, io ho scritto Le isole di Norman che abitavo già a Livorno, e quindi, pur senza rendermene conto, ho travasato dentro il libro certi colori, certe sfumature del cielo dall’azzurro al grigio che sono così caratteristici dei paesaggi marini della città. Ma di questa cosa mi sono resa conto a posteriori.

G. D. M.: Trovo una correlazione tra la geografia delle mappe create da Elena e le ferite che porta sul corpo. Gli intensi dialoghi o i silenzi di una famiglia apparentemente simile ad altre, riportati nel tuo romanzo, ci fanno capire quanto in fondo la normalità di fatto non esista e che tutti abbiamo addosso i nostri arcipelaghi di segni, ricordi e paure. Mi ha particolarmente colpito il passo che sto per riportare, a proposito del personaggio di Franco e vorrei che tu ce ne parlassi: “Non è rimasto niente, di una famiglia senza passato che ha cercato di costruire qualcosa, anche solo un ricordo finto, una foto posticcia di una vita, come un fotomontaggio”.

Visto da vicino nessuno è normale, è una battuta attribuita a Franco Basaglia, che può sembrare straniante, eppure io trovo molto consolatoria, come pure l’incipit così famoso di Anna Karenina, che richiamo anche all’inizio del libro, quando Elena fa mezza battuta al padre, Tutte le famiglie felici eccetera. Ecco, io penso che tutte le famiglie, felici e infelici, si assomiglino in questo: visto da vicino nessuno è normale. E volendo fare un altro giro ancora, tutte le famiglie si somigliano fra loro, felici e infelici allo stesso modo, dipende solo da cosa decidono di ricordare della propria vita, che collage hanno fatto dei loro ricordi.

La famiglia di Elena ha un buco, c’è stato un incidente il cui racconto è diventato tabù, e questo crea, inevitabilmente, un racconto familiare infelice. Forse sarebbe bastato raccontarlo, quell’incidente, in un modo o nell’altro, anche posticcio, per rendere la loro vita differente. Però in questo caso c’è ancora un giro ulteriore, ed è quello che passa dalla finzione, quello che nasconde la finzione. In questi giorno ho riletto Il teatro della memoria, il libro che Leonardo Sciascia scrisse sul caso dello smemorato di Collegno, una testimonianza eccezionale di un momento storico, eppure anche delle vite di tante persone, che lui maneggia da quello che era: un maestro. Ecco, ogni volta che rileggo le parti in cui compare la signora Canella mi commuovono sempre. Il suo desiderio di ritrovare il marito prima, la consapevolezza di essere perduta poi, e in mezzo, appunto, il teatro della memoria.

 

 G. D. M.: Chi è Norman?

Mi ricollego forse alla domanda precedente, al teatro della memoria e delle interpretazioni, per dire questo. Non è la prima volta che mi fanno questa domanda, ovviamente, visto anche che di Norman dentro il libro non si parla mai. La risposta, quella più semplice, riguarda L’isola del Tesoro, il libro amatissimo da Elena, protagonista del romanzo. L’isola di Norman, infatti, è l’isola che si dice essere stata di riferimento per lo Stevenson, quando ha scritto il romanzo. Però ecco, a livello più profondo, forse la vera risposta è che io non so chi sia Norman, forse è un personaggio del libro, uno che è rimasto dietro un angolo a guardare, e quindi neppure noi lo vediamo, eppure c’è. Una delle tante presenze che si aggirano attorno a Elena in questa ricerca fuori, in giro per Ortigia, e dentro di sé, nei meandri della sua memoria.

 

E. N.:  Oggi ti ritrovi nella sempre scomoda posizione della seconda prova quando la prima ha goduto di visibilità e apprezzamento e, per giunta, dopo un premio importante come il Campiello Opera Prima. Come ho già detto in apertura il tuo essere scrittrice anticipa ogni riconoscimento, tanto che non stai rincorrendo un nuovo romanzo avendo lavorato molto prima di questo esordio. Come vivi il tempo di attesa che ti separa dalla prossima uscita e quali sono gli altri progetti a cui stai lavorando? Puoi anticiparci qualcosa su date e case editrici?

Sì, è vero, la paura esiste, che è poi la paura di non riuscire più a scrivere, di non trovare quella quadra fra idea, studio, urgenza, costanza, interesse che ti porta a imbarcarti in un percorso comunque lungo come la scrittura di un romanzo. Nonostante io sia da un certo punto di vista tutelata, visto che ho alcuni altri testi già pronti, è un tipo di paura che esiste, e che ho sperimentato anche di recente, alle prese con la scrittura di un testo che dovrebbe uscire in primavera. E se non riesco più?, mi sono detta nei primi giorni, e poi quando comunque riesci a organizzare una cosa che abbia un senso, che soddisfi sia te che chi te l’ha commissionato, è un momento di gran sollievo.

Però no, non parlerei di attesa, in questo senso nella mia vita non è cambiato molto. Un libro uscito, come Le isole di Norman adesso, ha bisogno solo di un pezzetto di spazio in mezzo alle tue altre cose, perché devi seguire le interviste, la promozione, i lettori che ti scrivono (che sono la parte più sorprendente). Però per il resto la routine è la stessa, leggi, prendi appunti, guardi cose, sistemi cartellette, fai elenchi, pensi a cosa vorresti scrivere, lo scrivi, lo rileggi, ricominci, e non attendi nulla. Almeno, io non attendo nulla.

Poi ci sono le uscite, certo, ci sarà in primavera un reportage narrativo, che è parte di un’antologia, e poi nel prossimo inverno uscirà il nuovo romanzo, ma sui tempi ancora non ho riferimenti precisi. E per la casa editrice, preferisco che sia lei ad annunciarlo quando riterrà, mi pare più corretto.

Però no, mi voglio correggere, non è vero che non vivo nell’attesa: io aspetto il tempo in cui mi riuscirò a rimettermi sulla prima stesura di un testo che ho cominciato a covare dallo scorso aprile, per il quale ho pronto tutto, immagini, appunti, disegni, pure una mezza scaletta, e che è rimasto travolto dall’uscita de Le isole di Norman e da tutto il resto. Perché per me niente è più emozionante della prima stesura, quando finalmente ti senti pronta e dici ok, partiamo. Nei momenti in cui mi sento un giù di morale, è a quello che penso: a quel mondo che ho in parte già tratteggiato, e che mi aspetta per inghiottirmi completamente.

Biografie

Veronica Galletta è nata a Siracusa e vive a Livorno da alcuni anni. Di formazione ingegnere, ha scritto racconti pubblicati su diverse riviste letterarie, tra cui Abbiamo le prove, L’inquieto, Colla, Flanerì. Nel 2015, con Le isole di Norman, è stata finalista della XXVIII edizione del Premio Calvino, mentre nel 2020, con lo stesso romanzo ha vinto il Premio Campiello Opera Prima.

Salvatore Accolla, nato a Floridia, paese natale della madre, viene portato poche settimane dopo a Ortigia, l’antica isola nell’isola, dove ha vissuto per quasi tutta la vita. Dopo la quinta elementare ha iniziato a lavorare. Trasferitosi in Germania, dove è rimasto fino ai vent’anni anni, viene colto da una delusione amorosa che lo riporta in patria fortemente provato. Al suo ritorno viene colto da una profonda malinconia che spinge la madre ad avallare il suo ricovero nell’ospedale psichiatrico di Siracusa, di certo nella speranza di poterlo curare. Sarà questa un’esperienza devastante per Accolla, destinata a protrarsi, a parte brevi intervalli di libertà, per vent’anni anni. Per fortuna il giovane Salvatore ha avuto una sua via di fuga: la pittura. Notando la propensione e il talento, un giovane psichiatra, il dott. Gattuso, pensò di favorirlo aprendo un atelier all’interno dell’ospedale dove lui e tutti gli altri pazienti interessati a esprimersi con la pittura potessero accedere. A dipingere, Accolla ha iniziato appena tornato dalla Germania, in modo spontaneo da autodidatta, avendo come scuola solo la vita vissuta. La pittura è stata per lui una necessità, una sorta di risposta al malessere che lo perseguitava. Salvatore Accolla è scomparso a Siracusa nell’ottobre del 2020, all’età di 74 anni. La foto che lo ritrae è di Roberto Zampino.

2 Comments
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