La forza della non violenza: Judith Butler e Hélène Cixous

La forza della non violenza: Judith Butler e Hélène Cixous

Immagini di Kiki Smith

di Ivana Margarese

 

Siamo destabilizzati l’uno dall’altro.
E se non lo siamo, stiamo perdendo qualcosa.
Judith Butler, Vite precarie

 

 

Non bisogna più che il passato determini l’avvenire.
Hélène Cixous, Il riso della Medusa

Una riflessione sulla non violenza e sull’uguale dignità di ogni essere vivente si impone senz’altro oggi come urgente. Le Rire de la Méduse (1975) di Hélène Cixous, tradotto in italiano all’interno della raccolta Critiche femministe e teorie letterarie (Clueb, 1997), e The Force of Nonviolence: An Ethico-Political Bind di Judith Butler (2020), edito in Italia per Nottetempo consentono di ripensare tali questioni. Nel saggio di Butler il tema della nonviolenza viene analizzato non soltanto in riferimento alle relazioni con gli esseri umani, ma a tutte le relazioni con gli esseri viventi in un progetto di rinnovamento del reale conosciuto attraverso schemi canonici e consolidati. Una relazionalità che è interdipendenza in un mondo in cui la rivendicazione di vita delle creature non umane si interseca con quella delle creature umane e in cui umani e non umani dipendono gli uni dagli altri per vivere e salvaguardarsi. La appartenenza a un mondo di relazioni è per Butler il vero nucleo imprescindibile di ogni costituzione del sé: siamo, sin dall’inizio, consegnati all’altro. Esistere significa letteralmente essere al di fuori di sé, essere un confine permeabile, una tensione desiderante esposta agli altri.

L’immaginazione è da sempre di fondamentale importanza per il pensare: siamo obbligati e sollecitati dal pensiero a spingerci al di là di quelli che vengono considerati i limiti realistici del possibile. Censura, degrado o altri mezzi, impongono un adeguamento normativo repressivo nei confronti di un potenziale trasformativo necessario alla vita della norma stessa. Butler osserva un orizzonte utopico, in cui bisogna immaginare avanzando da ciò che è verso ciò che dovrebbe essere:

E di contro all’obiezione per cui una posizione a favore della non violenza sarebbe semplicemente irrealistica, la mia tesi sostiene che la non violenza necessita proprio di una critica di ciò che conta come “realtà” e in tempi come questi, afferma il potere e la necessità di un contro-realismo. È probabile che la nonviolenza necessiti proprio di un commiato dalla realtà così com’è al momento costituita, al fine di dischiudere le possibilità di un immaginario politico rinnovato.

La filosofa statunitense mette in atto una serrata critica dell’individualismo e delle fantasie di onnipotenza a favore dell’interrelazionalità e dell’interdipendenza: siamo tutti dipendenti e sostenuti in relazione a ciò che da noi dipende e da cui noi stessi dipendiamo. Riprendendo la tradizione filosofica che lega la riflessione sullo stato di natura alle considerazioni di Thomas Hobbes, Butler si domanda perché il conflitto, piuttosto che la dipendenza o l’attaccamento, debba costituire la prima delle nostre relazioni passionali. Esiste la fantasiosa e ingenua credenza che l’uomo originario, scrive, sia un tizio fortunato già da sempre abile, autosufficiente, indipendente, mai sostenuto da altri, un uomo che abita un modo naturale svuotato di altre persone e “che non è mai stato nutrito quando non era in grado di farlo da solo e che non è mai stato avvolto in una coperta quando aveva freddo”.

La precarietà e la vulnerabilità sono caratteristiche proprie delle nostre vite condivise e interdipendenti e rigettare il nostro essere “esposti” per una famigerata indipendenza conduce a coltivare cieche illusioni. L’interdipendenza non è sottomissione o assoggettamento ma piuttosto condizione di autentica uguaglianza. Uno dei meriti di Butler sta nel mettere a fuoco la dignità del lutto come caratteristica distintiva dell’uguaglianza. Già in Vite precarie (2004) affrontando il tema del compianto Butler richiama la figura di Antigone che rischia la morte per aver sepolto il fratello disobbedendo alla proibizione di Creonte: “il mio sé è costituito in egual misura da coloro le cui morti compiango e da coloro le cui morti rinnego, morti senza nome e senza volto”. Siamo ben lontani dall’affrontare la questione dell’uguaglianza, infatti, se prima non affrontiamo quella della dignità di lutto o della sua pari distribuzione. Coloro che non vengono considerati degni di lutto, infatti, sono proprio coloro che soffrono le conseguenze della disuguaglianza – ossia, della ripartizione disuguale del valore della vita.

 

Butler, citando Walter Benjamin in Per la critica della violenza (1920), sottolinea inoltre come i modi dominanti di giustificare la violenza siano tutti governati da una logica strumentale o teleologica e come il filosofo tedesco in Il compito del traduttore indichi la lingua, la comunicazione, come via per intendersi. La traduzione consiste in una attività di reciprocità che intensifica e accresce ogni linguaggio nel contatto con un altro e in questa azione può promuovere una comprensione delle ragioni per cui può sorgere una difficoltà o addirittura un conflitto. La traducibilità diviene dunque per Butler ideale di comunicabilità non soltanto tra linguaggi ma anche tra posizioni differenti.

Anche per Hélène Cixous ne Il riso della Medusa il linguaggio è il luogo di possibilità di un cambiamento, lo spazio da cui può librarsi un pensiero capace di sovversione e cambiamento delle strutture sociali e culturali. La filosofa si rivolge alle donne e in particolar modo alla scrittura delle donne che può “volare” nella lingua e farla volare, lasciandosi alle spalle il rapporto ossessivo col funzionamento da dominare, con la logica del come far funzionare qualcosa. Una lingua che non domina, non contiene o trattiene ma piuttosto rende possibile:

Bisogna che la donna scriva il suo corpo, che inventi la lingua inafferabile che faccia saltare le pareti, le classi e le scuole di retorica, le ordinanze e i codici, che sommerga, trapassi, valichi il discorso-con-riserva ultima, ivi compreso quello che se la ride di dover dire la parola ‘silenzio’, quello che, mirando all’impossibile, si ferma di botto davanti alla parola ‘impossibile’ e la scriva come ‘fine’.

Foucault nella prefazione del celebre Le parole e le cose scrive come il suo libro sia nato dal riso suscitato dalla lettura di un testo di Borges che ha scombussolato tutte le familiarità del pensiero, così Cixous immagina nella risata di Medusa, che è bella e ride, la possibilità di mandare in frantumi ciò che crediamo inamovibile e mettere a soqquadro le superfici ordinate e ben placate:

Io sono per te quello che vuoi che io sia al momento in cui mi guardi come non mi hai ancora vista: in ogni momento. Quando scrivo, è tutto ciò che non sappiamo di poter essere che viene scritto di me, senza esclusioni, senza previsioni, e tutto ciò che saremo ci richiama all’instancabile, inebriante, implacabile ricerca d’amore.

 

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