PASIFAE O DEL TRADIMENTO

 

PASIFAE O DEL TRADIMENTO

di Tiziana Cera Rosco

 

Dedalo, costruiscimi una vacca.
Vuoi che dica giumenta?
Bene, costruiscimi una giumenta perfetta come una vacca.
Architettami un grembo nel quale io possa accovacciarmi
Un grembo che mi renda solo una forma forata
Una vacca di legno dentro la quale farmi consumare le ginocchia
Senza occhi, senza nome, senza specie d’umano superiore o inferiore
Tu, che sei l’architetto delle accoglienze e dei disperdimenti
Dei luoghi dove spingersi è già confondersi
Delle case impossibili da percorrere
Che dicono entra e non dicono esci e man mano
Si fende una forma di buio a cui ci si conforma
Costruiscimi una giumenta dentro la quale io possa trasformarmi
In qualcosa di seconda mano che vorrebbe il re – mio marito
Solo perché i tori amano le vacche
E lui ammira i tori come dèi a cui cederebbe tutto in pegno
E desidera quello che loro di natura neanche sanno di bramare
Desidera e lo offre loro non vedendo
Quale destino mostruoso compie un desiderio
Che casca così lontano dall’amore di una donna.
Costruiscimi una vacca, Dedalo, che voglio rendere effettiva
La trasformazione del mio odio in corpo
In fulgente, apertissimo, dilatato forziere
In puro corpo a incasso
Che io mi ci ficchi dentro
E accovacciata come una massa intorno a un buco che spalanca lo strapiombo,
Lui non scorga me, Pasifae, nella mia forma minuta
Una forma che da dietro puoi afferrare per le costole
Come la gabbia di un uccello
E tirare a te lentamente, lentamente puoi tirare Pasifae

E infilare le dita tra le ossa del torso
E stringere, fortemente stringere Pasifae
Fino al punto in cui l’amore diventa dolore
E il dolore allarme sulla vita
E l’allarme renda urgente la paura che la vita non sia più intensa di cosi.
Minosse ama il toro?
Bene, la regina onorerà il suo ospite a dovere.
Minosse vorrebbe una coscia come quella di un toro
Averne gli attributi e la conseguenza della virilità?
Perfetto, a regina onorerà la conseguenza.
Una moglie di un re, sa cosa fare.
Una moglie di un re, sa piegarsi.
Dedalo, ascoltami, lavati gli occhi dalle piccole immaginazioni
E preparati a contenere dei mostri
Distendimi e poi tira gli intestini di questo deforme desiderio
Riprendi i cordoni dai nodi in cui nascono le cose
Che scattino veloci più di serpi dentro me
Voglio con un brivido lacerare la fronte di Minosse sulle terrazze.
E di tutte queste strade mobili che sformano la mia vendetta e la dilatano,
Fanne una,
Contorcila, strozzala, asseconda ogni contrazione addominale.
Devo armare le mie carni.
Devo piegarmi eccellentemente.
Ubriacami: voglio una vacca di legno dal sapor del vino
Sventra tutte le botti, forzane i chiodi, usa pure le ganasce.
Dammi tutto il legno che dovrò leccare ad ogni contatto con la pelle.

 

Voglio essere fissata.
Voglio essere inchiodata alla mia carne.

Inchiodata ad una conseguenza
Perché quel toro che Minosse
…Minosse che nelle notti irreversibilmente
Con la sua statura mista, piena di incarichi che solo un uomo
Nella totalità del suo potere
Viene a rasserenare quell’inquietudine con sua moglie
Nella carne di sua moglie
Nello spirito d’abuso e di riposo
Nel segreto viene con violenza ma con sua moglie
Ecco quel re ora ama vedere pascolare il suo toro bianco
Perché è qualcosa che lui non sarà mai
Perché quel toro gli ricorda un potere impossibile.
E poi è il dono di un dio, come Minosse non osa essere.
Un dono. Un dio.
Qualcuno che riserva un’intoccabilità per sé e per sua moglie
E dalla loro carne unita la lascia emanare come una corona.
Minosse si circonda di tori come i soldati di prostitute.
Ride, beve, cerca complicità in una gara col nulla
Li vuol vedere correre, stancarsi per il suo piacere
Avere sudore, battere la pelle, battere, arrossare la pelle, arrossare
Imporre una ripresa solo perché lo chiede il Re
Solo perché il re vuole il superamento di un limite fisico
E sentirne il respiro, la stanchezza di un vigore fisico
Che si è prestato lui davanti.
Ma questo toro Dedalo, è diverso
Questo Toro bianco è immobile.
E tutto ciò che è immobile ha potere.
E’ il dio sinistro di un’ipnosi, capisci?
L’altra notte quando mi sono avvicinata
Lui pareva parlarmi da un’acqua, dal fondo delle cose
Che muovo le macchie della terra
Come se Poseidone fosse completamente seduto in quell’ammasso luminoso
Ed io sono rimasta ad un metro da lui
A respirare il suo respiro
Entrare nel ritmo di qualcosa che in quel momento
Viveva con me, una zona di buio a cui ci si conforma
Come dentro un labirinto di budella
E da sotto le costole ho sentito quasi pungere le corna
E dalla vulva tutto un mare ha preso a montare di spavento.
Io voglio spaccare quell’ipnosi, Dedalo!
Rompere la rotula di quell’ipnosi.
Voglio che Minosse sappia che la sua bella moglie
Ha imparato a fare la Regina
Voglio che Minosse sappia che nella mia docilità
Posso, senza mediazioni di giochi olimpici, reggere l’abilità un toro.

 

Costruiscimi una vacca, Dedalo! Una giumenta resistente.
Dimostrerò cosa sanno sostenere le mie carni.
E il giorno dopo a tavola mi alzerò la veste
Davanti al re, come una marachella
E lascerò gocciolare dall’inguine
Tutte le spinte che ho saputo fronteggiare
Tutte le spinte che sottoforma di seme
Inonderanno come un latte
Le magre immaginazioni dei presenti.
Il re guarda il suo toro bianco come fosse un trono.

Bene, io ne sono la Regina.
Una regalità che ci passiamo, questo gli dirò.
Il bianco infesta.
Il bianco è il seme di una bestia.
Di sopra di sotto di fianco
In tutte le posizioni della sopravvivenza si aggancia.
Guarda come ha spinto per entrare, gli dirò.
Guarda come ha saputo forzare ciò che l’amore non riesce più a muovere.
Ha concupito la mia pancia
Quella pancia su cui ti distendevi come una campagna
Ora l’ha concupita come un labirinto.
Così gli dirò.
Dove un uomo non arriva,
Che lo faccia la bestia.
Un uomo non è mai abbastanza avanti all’ombra
Che la sua disattenzione apre nella mente di una donna.
Un uomo verrebbe spolpato
E non saprebbe che fare con l’animale femmina che sono
Che non ho più alcuna voglia di evitare.
Dedalo, costruiscimi una vacca.
Sarò concupita come una grotta
Dal seme che forza il papavero delle serrature.
Sbrigati, devo rincasare nella cava.
Devo partire dallo sputo d’animale.
Devo creare un’ enorme conseguenza.
Senza peso tutto si deforma.
Devo concentrarmi, rendermi massimamente aperta
Ci fu un tempo in cui tutto era un massimo vitale
Quando ogni messa in vita era il passo su un burrone
Quando ogni rincasare era spalancare uno strapiombo.

 

Ero rimasta tutta la notte immobile.
Credo fosse l’effetto del legno così umido.
Avevo gli indumenti sfiniti sulle anche,
Inzuppati di terrore a tal punto che mi gelavano lo stomaco.
Calcificata dal freddo, anestetizzata, nessuno avrebbe udito
Tutta questa solitudine
O il mio respiro cambiare di frazione.
Ma io tenevo la mia paura per me
Chiusa come una cosa, non la lanciavo in alto.

Avevo stretto le gambe, tirato dentro la pancia
Le costole non potevo neanche più contarle.
Avevo scavato nel respiro e avevo trovato un rantolo.
Ma anche questo rantolo lo avevo tenuto serrato nel terrore.
Da bambina mio padre usava il martello
Un pezzo enorme di metallo attaccato ad un manico
Mattava la carne delle belve per farla assottigliare.
Come picchiava su quel rosso.
Come cambiava suono ogni colpo sulla carne che perdeva di spessore.
Ad ogni colpo del toro io mi assottigliavo.
La femmina in me veniva ricacciata nell’interno
Tappata dalla bocca mentre entrava
E potevo sentire nelle viscere la strada che si contorceva
In un urlo che non avrei esploso.

Ma volevo quell’inizio, Dedalo,
Quell’inizio di vita sfrecciato dalla bestia
E serrato nelle carni che mia madre aveva lavorato negli anni con gli olii.
Ma il senso del mondo è scarso, Dedalo.
E’ così scarso.
Di sopra, di sotto, di fianco, in ogni posizione della sopravvivenza
Non c’è verso di generare più amore o più dolore di così.
Non c’è verso.
E quel bianco era cristallino come la mia ferocia
E volevo che mi fermentasse dall’interno.
Dovevo lasciare fermentare la sua ferocia dall’interno, mi dicevo.
Una ferocia che entra calda come gli inferi.
Volevo aumentarmi, resistevo ai colpi come per avere
Un disumano sforamento delle mie capacità.
Ma l’ho trovata così umana quella ferocia con cui anche lui
Pareva assecondare la disperazione che porta il bianco
Così umana che la mia carne ha iniziato a perdere di crudezza.
Così umana che me ne sono stata accovacciata, divaricata
Ferma a qualcosa di vivo di cui sentivo la musica mioddio!
Inginocchiata nella giumenta di legno, inginocchiata e tenuta
Al respiro minimo di un confessionale
E la mia scelta si stringeva addosso a me come un cilicio.
Come a dire che anche quando mi sono aperta
Aperta come una vacca
Col riso di una vacca
Con quell’umido in cui io stessa scivolavo
Nulla è andato al di là di me
Del mio sentire questa musica dal fondo degli umani.

 

La senti anche tu Dedalo, la senti
O devi perdere qualcuno che ami cocentemente
Come sotto il sole per sentirla?

La commozione è una sciagura.
Uomini ed animali si mischiano mostruosamente quando si commuovono.

Minosse amava l’animale come un giglio
Ed io ho lasciato che quel toro mi iniettasse l’amore di Minosse.
Forte ed ammirevole come solo l’amore per una belva riesce ad essere.
Nei colpi non mi sono mossa.
Sono rimasta attaccata a quella musica
Che è tutta la mia religione di terrore.
Non avere paura, mi dicevo.
E non l’avevo.
Nella mia giumenta di legno, inginocchiata
Quella cosa oscura che volevo essere cedeva
Come una preghiera estratta ai pozzi
E i miei voti di vendetta si trasformavano in ciliegi.
Ricordo solo di aver sentito scorrere l’acqua per ore
Anche dopo che la belva
S’era deconficcata dalle mie carni lesse.
Un vuoto carnale in cui un mercurio misurava me, non una febbre sconosciuta.
Mi sono vendicata Dedalo?
Mi sono vendicata?

O non ho lasciato invece che la commozione
Mi ingravidasse come una sciagura?

Ricordo solo di aver sentito l’acqua scorrere per ore
E tutto in mezzo al sangue era bianchissimo
E pioveva così forte che io tornavo al battito
Perché pioveva e puliva ed io non sentivo niente di diverso
Dallo scroscio che cascava dentro e come ora
Che piove e piove e non ritorna indietro
Acqua che rovescia bianca sulle carni
Come un fondo in cui scompaiono le cose
E svuota e non si sente che lo scroscio
Il bianco si aggrappa è un mostro
Ed io mi sono persa Amore Mio
Mi sono persa e non posso più tornare indietro.

 

 

 

 

 

 

 

 

Biografia

Artista e poetessa italiana (Milano,1973). Cresciuta tra il Parco Nazionale d’Abruzzo e le Sacre Scritture, è arrivata all’immagine attraverso la parola poetica e ha iniziato a lavorare con il proprio corpo usando la fotografia – il selfportrait – intesa come gesto di un atto performativo. Le sue performance, nate nella terra in cui è cresciuta, sono in stretta relazione con il luogo e si svolgono in posti sacri, che siano boschi, foreste, chiese consacrate e sconsacrate, monasteri. La sua attività scultorea prende vita da quella performativa, in un innesto di figure umane, vegetali e animali. Nei suoi lavori ha affrontato il tema della castità selvatica, della deposizione, del perdono, del doppio, della metamorfosi con la natura, del dio nascosto. Scrittura, fotografia, performance, scultura: tutto fa parte di un unico linguaggio come tentativo di accoppiamento o di separazione dal mondo dove il ruolo dell’artista è quello di essere ricettivo, una figura della soglia. Ha esposto e performato sia in Italia che all’estero. Ospite di numerosi festival nazionali ed internazionali, sta costruendo una casa di eremitaggio artistico. Il suo ultimo libro pubblicato è Corpo Finale (Lietolocclle/Pordenonelegge 2019) e le sue poesie sono tradotte e pubblicate in 4 lingue. L’ultima sua performance è Santa Barbuta, un omaggio a Bosch per il Marco Museo di Arte Contemporanea (dicembre 2019).Durante il look down ha realizzato una serie di selfportrait ispirati a La Casa di Asterione di Borges.

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