L’arte “ospitale” di Rossella Vasta. Dialogo tra pittura e “urgenza” creativa in tempo di pandemia. Di Giulia Scalia

“Table of silence” 9/11 New York, choreography J. Buglisi, foto di Terri Gold

 

 

 

 

 

 

 

Chi dice che la pittura è una modalità espressiva superata? O che colori e disegno sono inadeguati ad esprimere la creatività contemporanea? Di questo e di tanto altro vogliamo parlare con Rossella Vasta, artista siciliana che da lungo tempo vive e lavora in Umbria. La creatività di Rossella si esprime non solo tramite la pittura e il disegno ma spesso anche tramite la ceramica. Tra i suoi progetti più conosciuti possiamo ricordare l’opera in ceramica la “Tavola del silenzio” (www.tableofsilence.com), un progetto itinerante di cui fa parte l’installazione “Mare Internum”. Per questo lavoro, è stata realizzata appositamente una barca creata dai maestri d’ascia di Lampedusa, forgiata con i legni ricavati dalle imbarcazioni arenate a terra in seguito ai naufragi dei migranti. La “Table of Silence” è stata esposta in tutto il mondo: Tokyo, New York, Assisi, Roma. La modalità di presentazione del lavoro inoltre si ispira all’idea dell’artista di “arte per la sostenibilità”.

Rossella Vasta con l’architetto Mauro Zucchetti, Museo Ara Pacis, Roma

Rossella, puoi parlarci di questo tuo interessante progetto di arte itinerante?

La “Table of Silence” si sviluppa attorno all’opera omonima in ceramica, composta da cento sculture in terracotta, piatti dal diametro di settanta centimetri su ognuno dei quali è stilizzata l’immagine ripetuta di una tavola, una sorta di tautologia, un invito a partecipare al medesimo banchetto. Nonostante abbia realizzato questi lavori in ceramica presso l’azienda Bizzirri di Città di Castello, in Umbria, il valore dell’opera non va cercato nel suo esito formale quanto nel suo significato concettuale, nei simboli che essa stessa rappresenta. È un lavoro che nella sua monumentalità tangibile (il numero di cento piatti rappresenta un’estensione notevole dell’opera nello spazio ove si colloca) trova forza nei significati che essa esprime e che si caricano di senso ad ogni diversa tappa del suo percorso itinerante.

 

 

 

 

 

Installazione “Mare internum- Table of silence”, Museo dell’Ara Pacis, Roma

Quali sono le fonti d’ispirazione della “tavola”?

Fonte d’ispirazione della “tavola” è innanzitutto il “silenzio”, rappresentato dal colore rigorosamente bianco poiché il bianco è ottenuto dalla somma di tutti i colori, ove nessun colore predomina sull’altro e, per trasposizione di metafora, nessuna voce si erge sull’altra ma ognuna fa spazio all’altra nell’ascolto. La seconda fonte d’ispirazione è il concetto di “ospitalità”. Dato che la “tavola” è ospitata dai paesi che la invitano, così come colui che invita “prepara la tavola”, l’installazione dei cento piatti-scultura è affidata agli artisti coinvolti in loco.

Quali versioni dell’installazione sono stata realizzate fino ad ora?

Tanti sono stati gli appuntamenti realizzati dal 2006 ad oggi, in Giappone, negli USA e in Italia e tante le collaborazioni, tra queste la più significativa è quella con la nota coreografa Jacqulyn Buglisi di New York, di origine siciliana. Ho realizzato dunque una versione più piccola dei piatti-scultura originari che cento ballerini, provenienti dalle migliori scuole di danza della city, recano nelle loro tuniche immacolate durante la danza cerimoniale site-specific creata da J.Buglisi per il Lincoln Center (cuore pulsante delle arti) per commemorare le vittime dell’ 11 Settembre, la “Table of Silence project 9/11”. Dal primo appuntamento nel 2011 ad oggi, la danza cerimoniale di Jacqulyn Buglisi si ripete ogni anno ed i piccoli piatti in ceramica divengono “l’offerta” in segno di pace e riconciliazione, e l’invito a partecipare a questa tavola.

Puoi parlarci dell’installazione realizzata per il Museo dell’ Ara Pacis di Roma?
Quando nel 2016 il critico d’arte Roberta Semeraro mi invitò ad esporre la “Table of Silence” al Museo dell’Ara Pacis di Roma, mi sembrò naturale che in quel “silenzio” fosse data voce ai numerosi migranti che hanno perso la loro vita nel Mar Mediterraneo. Ho creduto opportuno quindi dedicare a loro l’installazione “Mare Internum/Table of Silence”. I piatti-scultura fluttuano sopra la sabbia e si appoggiano alla barca, uno scheletro ligneo bianco sul quale si inseriscono come reliquie i legni colorati dei relitti spiaggiati. A realizzare la barca sono stati i maestri d’ascia di Lampedusa Giuseppe Balestrieri e Francesco Tuccio. Per ben due volte, nel 2017 e nel 2019 la “Tavola del Silenzio” è stata installata a Fabriano e i cento piatti-scultura originari della tavola sono simbolicamente diventati i “tesauroi” (nell’antichità le edicole votive delle città greche erette nei pressi dell’ omphalos) in rappresentanza delle Città Creative UNESCO, riunitesi nel 2019 a Fabriano in occasione del XIII Annual Meeting. Per l’occasione, ho collaborato con la Fondazione Merloni al padiglione Save the Apps un esempio unico di progetti di sostenibilità messi a sistema per la rinascita dell’Appennino Umbro-Marchigiano gravemente colpito dal terremoto.


Cosa intendi dunque per sostenibilità dell’arte?

Quando parlo di sostenibilità attraverso l’arte intendo la grande capacità che essa ha di incidere e comunicare il cambiamento rendendosene interprete. Con il progetto artistico mitopoietico pensato per Save the Apps, ho provato a collegare contenuti complessi cercando di renderli semplici. Inoltre la sostenibilità è anche la capacità data all’arte di mettere in campo risorse diverse e convogliarle verso obiettivi condivisi. Sostenibilità e outsourcing in tal senso vanno sempre a braccetto. Ne è esempio il progetto d’arte per la sostenibilità “Cantico per un bambino” che ho pensato per il programma kiwaniano “una scuola per tutti” grazie al quale sono state costrutite nove scuole in Costa d’Avorio. È un progetto di sostenibilità perché le scuole realizzate continueranno nel tempo a rispondere ai bisogni educativi degli allievi ivoriani.

Qual è il tuo rapporto con la pittura e i metodi di espressione artistica più tradizionali o addirittura con le arti applicate, da molti considerate arti minori?

Oggi viene data all’artista grande libertà di mezzi e se si sceglie la pittura come medium espressivo esso ne diviene anche il messaggio. Allora se la pittura è oggetto di scelta, la scelta del mezzo è significativa in se stessa. Non penso alla pittura come a un mezzo tradizionale, quanto piuttosto un mezzo che non si può sottrarre al confronto con la tradizione. La pittura ha bisogno di questo confronto che è la sfida nel cercare di mantenere vivi i valori estetici di luce, superficie, colore ma soprattutto averne chiaro il movente.

Puoi parlarci quindi della mostra “La pittura dopo il Postmodernismo/Belgio – USA – Italia” curata da Barbara Rose presso la Reggia di Caserta a cui hai partecipato con le tue opere?

La mostra di cui parli è sicuramente una delle mostre più significative a cui ho partecipato. Nel lungo saggio in catalogo, la celebre storica dell’arte Barbara Rose, indica nella scelta dei pittori belgi, americani e italiani un comune denominatore nell’essere “determinati a continuare a sviluppare la pittura come forma d’arte importante, che può sopravvivere alla tecnologia disumanizzata, e alla riproduzione meccanica delle immagini di stampo postmodernista”. Per quanto riguarda il fare artistico che si confronta con la materia, come ad esempio il lavoro con l’argilla, è evidente che non lo si può definire un’arte minore (basti pensare agli enormi sviluppi che ad esempio l’uso della terracotta ha dato all’arte nel XX secolo). Credo sia importante che alcuni artisti continuino a praticare questo rapporto con la materia che è come una sorta, per usare un termine popolare in questo momento, di “immunità di gregge”.

Puoi parlarci del tuo rapporto con l’isola siciliana e come questo si è sviluppato negli anni?

In verità sono solo nata in Sicilia, ho passato i primi anni a Roma e ho frequentato le scuole e l’università in Umbria, a Perugia. Nonostante ciò vengo sempre presentata come la “pittrice siciliana” e questo mi rende orgogliosa delle mie origini. La Sicilia è una terra pregna di storia e di cultura, caratterizzata da forti contrasti cromatici.

La nostra rivista “Morel” è dedicata alla metafora dell’isola e a un dialogo plurale tra voci. Che importanza hanno nella tua produzione artistica i luoghi, la geografia emozionale e il viaggio? Puoi parlarci di un luogo per te significativo, importante per la tua creatività?

Credo che per tutti gli artisti la dimensione del viaggio sia fondamentale, lo spostamento da un luogo all’altro è spostamento del punto di vista, amplificazione del vedere, capacità di vedersi dal di fuori e di costruire una propria visione con grande autonomia e libertà. L’opposto dell’essere provinciale. È anche vero però il suo contrario, quello che l’arte sia un po’ un eterno ritorno a casa. Ad ogni modo, nella mia vita sono stati tre i luoghi oggetto di lunga permanenza ai quali sono profondamente legata: New York, Marienstatt, Madrid. Dopo i venticinque anni ho vissuto tre anni importanti a New York ospite di Barbara Rose che considero la mia “madre intellettuale”. Sono venuta in contatto con un gruppo di artisti, perlopiù pittori, con i quali pur nella differenza degli esiti artistici ho condiviso un comune sentire. Con loro, nel 1997, ho esposto al Museo d’arte moderna e contemporanea, Palazzo della Penna a Perugia; la mostra “New York New Generation” concludeva un ciclo di vita vissuta a New York. Per l’occasione, gli artisti giunti da New York realizzarono le loro opere nell’ex padiglione Neri del vecchio manicomio, ancora non completamente dismesso, un’esperienza unica e di grande umanità.
Più intimo ma ugualmente importante è il mio rapporto con la Germania, fu l’amico e collezionista tedesco Otto Nehm ad aprirmi un mondo di amicizie e luoghi significativi. In particolare Marienstatt, l’Abbazia cistercense che divenne il mio “rifugio creativo” e dove realizzai i lavori esposti nel 2000 al Museo di Bochum, nella collettiva “Kunst Hexen”.
Oggi sento un legame forte con la Spagna, avendo vissuto e dipinto a Madrid dove nel 2015 ho tenuto la mostra personale “Kenosis” accompagnata dal libro monografico curato da Barbara Rose. Inoltre sono particolarmente affezionata al Museo Roberto Polo di Toledo, nello straordinario antico Convento di Santa Fe, della cui collezione permanente fa parte un mio lavoro importante, dipinto anni fa al mio rientro da New York; un’opera unica composta di otto tele intitolata “Holtzwege”.

“Holtzwege”Museo Roberto Polo, Toledo

“Morel” intende creare un dialogo tra voci dell’isola e quelle dislocate altrove, in Italia, in Europa, nel mondo. Pensi che in qualche modo la Sicilia sia a tutti gli effetti un’isola anche dal punto di vista culturale e artistico?

La Sicilia è un’isola per vocazione aperta al mondo, per DNA internazionale, ma è come una “perla preziosa” ignara del proprio pregio. Ricca di cultura e fermenti artistici certamente! Basti pensare alla fervida attività culturale svolta dal mecenate Antonio Presti, dove se non in Sicilia tutto ciò si poteva fare?

Che rapporto hai con la spiritualità e che ruolo gioca nel tuo essere artista?

La relazione col “sacro” gioca un ruolo centrale nella mia esperienza d’artista. Lo spazio della pittura è una finestra sul “trascendente”, ciò che non può essere detto si svela nell’opera. Proprio di recente in un breve filmato girato per il progetto “Corpo en Casa” della Fundacion Collecion Roberto Polo (https://www.youtube.com/watch?v=0BQ_x-9ea20), ho parlato del tempo “cairologico” il tempo supremo, che si sottrae alla routine e ci colloca in uno spazio e un tempo che per me si definisce a partire dall’opera.

Stiamo vivendo un periodo storico molto particolare e difficile, come lo stai affrontando? Pensi che questo possa essere anche un periodo di grande opportunità?

Non appena è iniziata la quarantena ho cercato di passare più tempo possibile nel mio atelier disegnando e dipingendo. Le opere che ho creato in questo periodo sono frutto di una profonda riflessione e sono figlie di questo tempo che stiamo vivendo, un tempo di trasformazione profonda. Tutti i miei amici artisti stanno lavorando molto in questi giorni, non per una mostra, non per il mercato ma per un’urgenza. Probabilmente la stessa urgenza che sentì Goya allo scoppio della guerra civile spagnola, o Van Dyck durante la Peste di Palermo. Ed è invocando la protezione della celebre santa di Palermo, Santa Rosalia, dipinta da Van Dyck durante la quarantena del 1624, che Barbara Rose si rivolge agli amici artisti. Ammonendoci di tener duro, nella sua lettera scritta per partecipare alla chat di gruppo dei “pittori in quarantena” da me creata il 24 Marzo (il 6 Maggio 2020 è uscito sul “Corriere della Sera” l’articolo di Barbara Rose “Torneremo liberi. Con l’arte”, incentrato proprio su questo tema [N.d.R]). Scrive la Rose, pensando agli esiti della crisi imposta dalla pandemia: “questa volta quando le masse andranno in rivolta, e lo faranno, il risultato non sarà la democrazia ma la barbarie. Il compito che ci aspetta è quello di preservare le abilità ed i valori in una cultura globale dominata dall’ignoranza e dal materialismo. Tramite il sacrificio di quegli artisti che hanno la forza di trasmettere e comunicare tra di loro valori etici in un momento in cui tutta l’autorità è data al migliore offerente e a coloro i quali, ereditando la terra, lo fanno derubando coloro che la creano”.

Quali sono i tuoi progetti artistici e creativi per il prossimo futuro?

Guardare al cielo, il cielo dà dei segni che non tutti vediamo. Al momento mi viene in mente il vecchio proverbio ebraico “l’uomo fa progetti e Dio ride”.

 

 

 

Van Dyck, Santa Rosalia, 1624

 

Biografia
Nata a Palermo, Rossella Vasta si laurea in Filosofia presso l’Università di Perugia nel 1987. Nel 2012 ottiene l’ Honorary Doctorate Degree in Humane Letters dalla Cardinal Stritch University. Direttrice della “Pieve International School”, ha tenuto seminari per varie istituzioni accademiche quali l’American University di Washington DC, Chautauqua Institution in Buffalo, New York, Cardinal Stritch in Milwaukee, Montana State University in Bozeman etc. Ha esposto in Europa, Asia e negli Stati Uniti. Nel 2015 l’Editore Petruzzi di Città di Castello ha pubblicato una monografia dell’artista curata da Barbara Rose.

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